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Ricorsi che sicuramente fioccheranno se, come appare probabile, la società di Yang dovesse annunciare in settimana un accordo con Google sulla gestione della sua pubblicità «on line».
Il «gran rifiuto» di Ballmer è arrivato dopo l'ennesimo,
inconcludente «round» negoziale, stavolta condotto in una saletta dell'aeroporto di Seattle. Dicendo no a un nuovo rilancio e, anzi, ritirando la sua offerta, il capo di Microsoft spinge Yahoo! allo «show-down» coi mercati e con i suoi grandi investitori. Secondo molti «insiders», i principali azionisti della società californiana sono furiosi per la mancata conclusione di un accordo che attribuiva all'azione di Yahoo! un valore (33 dollari) superiore di oltre due terzi a quello registrato dal mercato a fine gennaio prima dell'offerta Microsoft (18,58 dollari).
Se, come previsto dagli analisti, oggi il titolo di Yahoo! subirà una flessione consistente per la società saranno guai seri. I suoi capi, infatti, a partire da febbraio hanno già dovuto difendersi più volte dalle azioni legali intentate da diversi investitori istituzionali, a cominciare dal fondo-pensioni dei dipendenti pubblici di Detroit. L'accusa sarà, ancora una volta, quella di aver danneggiato gli azionisti respingendo un'offerta vantaggiosa.
Del resto la società vive quotidianamente col fiato sul collo di Capital World e Capital Research Global Investors che — col 10,1 e il 6,4% — sono, rispettivamente, il suo primo e secondo azionista. I due fondi, che fanno capo allo stesso gruppo finanziario, avevano caldeggiato l'operazione Microsoft, mentre il terzo azionista — il fondo Legg Mason — aveva approvato l'attendismo dei capi di Yahoo!, ma solo nella speranza che questo avrebbe spinto Microsoft ad un rilancio che — in effetti — è arrivato venerdì scorso.
Certo, visto che mettere insieme due debolezze — la sua e quella di Yahoo! — è, per Microsoft, l'ultima chance per cercare di recuperare terreno su Google, si può essere tentati di concludere che quello di Ballmer sia un gigantesco «bluff»: far crollare le quotazioni di Yahoo! per costringere Yang a tornare sui suoi passi «a furor di azionista» o per aprire la strada a una scalata ostile di Microsoft, ma partendo da valori di mercato più favorevoli.
Uno schema forse troppo semplice che non tiene conto della variatale Google. Davanti all'impossibilità di trovare altri partner per costruire un'ipotesi alternativa al matrimonio con Microsoft (i colloqui col gruppo Murdoch e con Aol di Time-Warner non hanno dato risultati tangibili), Yang aveva infatti tentato la carta disperata dell'alleanza col gigante di Mountain View, l'unico con una capacità finanziaria comparabile a quella di Microsoft. Google, che già controlla oltre metà del mercato mondiale delle ricerche su Internet e quasi il 70% di quello della pubblicità «on Une» non poteva, evidentemente, proporsi come acquirente di Yahoo!. Ha, però, messo in campo un'offerta industriale relativa ai sistemi di raccolta della pubblicità che dovrebbe consentire alla società di Yang di incrementare sostanzialmente le sue entrate. Gli analisti pensano che un simile accordo potrebbe essere annunciato nei prossimi giorni: un'operazione capace di migliorare le prospettive reddituali di Yahoo! e, quindi, di attutire la perdita di valore della società dopo la fine del negoziato con Ballmer. Eppure proprio l'ipotesi di una simile intesa sembra aver spaccato lo stesso management della società di Yang.
Accordi industriali, infatti, Google ne ha già fatti in passato: ad esempio con Aol che, da allora, pur mantenendo la sua indipendenza formale, si è trovata ad essere una specie di «vassallo» tecnologico e commerciale della società fondata da Larry Page e Sergey Brin.
Più che un «bluff» per rilanciare nell'immediato la sua scalata, il ritiro di Ballmer sembra, allora, soprattutto il tentativo di tagliare la strada all'accordo di Yahoo! con Google. Nella sua lettera a Yang, infatti, l'amministratore delegato di Microsoft spiega il ritiro della sua offerta proprio col timore di ritrovarsi ad ereditare una Yahoo! svuotata tecnologicamente, commercialmente e forse anche sul piano manageriale da un accordo con Google.
In questo modo Ballmer conta di incendiare non solo gli animi degli azionisti, ma anche quello dei manager di Yahoo! Molti dei quali, pur avendo sempre avuto un Dna ostile al vecchio monopolista Microsoft, ora temono di più il «nuovo satana» Google e hanno preso male la rottura del negoziato.
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