Facebook è già una piattaforma di grande successo per chi vuole comunicare, condividere contenuti di ogni genere e fare pubblicità online, ma Abc News scommette sul fatto che potrebbe diventare anche un'importante tribuna per il dibattito politico.
Lo conferma il recente accordo fra la seconda (dopo MySpace) società al mondo di social networking, guidata da Mark Elliot Zuckerberg, e la catena televisiva, in base al quale gli utenti di Facebook potranno accedere ai servizi di argomento politico prodotti dai giornalisti di Abc News, scaricandone i video ed esprimendo le proprie opinioni attraverso forum e sondaggi.
Mosse analoghe erano già state fatte da due grandi testate cartacee, il New York Times e il Washington Post, ma l'esperimento di Abc News sembra avere obiettivi più ambiziosi: alcune delle più prestigiose firme del network, fra le quali Rick Klein e Sunlen Miller, hanno aperto pagine personali su Facebook, allo scopo di avviare un dialogo diretto con le comunità del sito e sondarne gli umori.
Per alcuni si tratta di un nuovo, importante passo avanti sulla strada del dialogo fra giornalisti e pubblico: sfruttando le opportunità interattive messe a disposizione dai nuovi media, i giornalisti divengono sempre più consapevoli delle opinioni e delle esigenze dei lettori e, di conseguenza, producono un'informazione di qualità superiore.
Ma altri puntano il dito sul rischio che la compiacenza dei media nei confronti dei gusti del pubblico, già fin troppo elevata, superi il livello di guardia, tanto da decretare la fine del giornalismo indipendente: si prospetta uno scenario da incubo in cui giornali, network televisivi e testate online pubblicheranno esclusivamente notizie e opinioni gradite ai lettori, censurando il resto.
A conferma che questa ipotesi potrebbe non essere del tutto peregrina, dall'Australia arriva un'altra notizia: Dave Jansen, un noto critico televisivo che lavorava da tempo per una catena di riviste cartacee specializzate in nuove tecnologie, è stato licenziato non appena le testate in questione, dopo essersi trasferite sul web, hanno potuto verificare che la sua pagina attirava pochi lettori.
"Sfortunatamente - ha commentato Jansen - si sono accorti che la Tv era un argomento assai meno popolare rispetto a cellulari e videocamere. Anche se, personalmente, ritengo che un collaboratore dovrebbe essere valutato sulla qualità del lavoro".
Ma l'argomento di Jansen vale per il giornalismo tradizionale: che, in grazia della vocazione generalista, può permettersi di ospitare contenuti scarsamente popolari purché di qualità, perché l'onere viene redistribuito sul bilancio complessivo della testata. Vale invece assai meno per il giornalismo online che, campando solo di pubblicità, non può permettersi di concedere spazio ad argomenti e firme non graditi ai lettori (quindi agli inserzionisti).
Finora abbiamo tutti creduto che il web fosse il medium ideale per garantire la sopravvivenza dei contenuti "di nicchia", ma se questa tendenza dovesse essere confermata potrebbe viceversa rivelarsi - a mano a mano che le tecniche di misurazione dell'audience online riusciranno a stabilire con precisione chirurgica chi legge che cosa e perché - la loro tomba. È vero che alcuni esperti, intervistati sull'episodio descritto, hanno negato che il giornalismo di qualità rischi di morire, perché "più contenuti di qualità si pubblicano più hit si ottengono". Ma siamo sicuri che le pagine che accumulano più hit siano le migliori?
Fonte: Il Corriere della Sera - 24/12/2007
Data: 9 gennaio 2008
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