A suo modo Facebook rappresenta un caso esemplare di comunità virtuale a portata di advertising. Per dimensioni è la seconda dietro a MySpace, con oltre 55 milioni di utenti. E anche se i suoi ricavi sono modestissimi, stimati in 100 milioni di dollari a fine 2007, il suo valore è già andato alle stelle. Solo nel corso degli ultimi 12 mesi Zuckerberg si è permesso il lusso di snobbare un'offerta d'acquisto da 750 milioni proveniente da Viacom, poi ha rifiutato 1,2 miliardi messi sul piatto da Yahoo e 2 miliardi da Google. C'è da capirlo: quei 240 milioni spesi da Microsoft per averne l'1,6% significano che Facebook è oggi una preda da 15 miliardi di dollari.
Ma individuare quel che piace a un frequentatore di social network vale davvero tanto? E soprattutto, chi può essere sicuro, per esempio, che un appassionato di fotografie di animali non resisterà alla tentazione di dare un'occhiata all'ultima reflex digitale Canon o al nuovo cibo per gatti che gli vengono proposti dalla pubblicità "mirata"?
Secondo gli analisti di Forrester Research l'advertising online è destinato a raggiungere i 5,6 miliardi di dollari nel 2012, superando in valore quello della pubblicità offline. E anche un supermanager come Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, ha più volte sottolineato come l'advertising sia destinato a diventare la maggiore fonte di finanziamento non solo dei media, ma di molti servizi basati su internet. "Nel giro di pochi anni ha spiegato il leader del gruppo fondato da Bill Gates il 25% del nostro business verrà dalla pubblicità".
Altri appaiono molto più scettici. Secondo un recente studio della società di consulenza londinese Emedia, oltre un terzo dei frequentatori di siti di social networking fornisce dati fasulli sui propri gusti. Il che significa che un investitore pubblicitario che "individua" le sue scelte non ne ricava niente. E soprattutto, a differenza dell'advertising diffuso in modo tradizionale verso la totalità del pubblico, quello orientato a catturare le singole scelte di chi partecipa a siti come Facebook rischia di finire in una miriade di micronicchie di utenti che non comunicano l'una con l'altra. Insomma: investimenti per un bersaglio troppo piccolo, con un ritorno economico poco allettante.
Ma il boom del social networking si sta già scontrando anche con un altro problema: la
violazione della privacy dei singoli utenti dovuta alla divulgazione per scopi pubblicitari delle loro scelte individuali. Ne sa qualcosa lo stesso Zuckerberg, che poche settimane fa ha dovuto pubblicamente scusarsi per aver integrato di default in Facebook il programma "pubblicitario" Beacon, rendendo obbligatorio per gli utenti accettare che tutti i loro movimenti (e le persone contattate) fossero a disposizione degli investitori in advertising. Molti frequentatori del sito erano insorti, lanciando una petizione (slogan: "Facebook, smettila di invadere la mia privacy") che in pochi giorni ha raccolto 50 mila firme.
Data: 30 gennaio 2008
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