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Quando si parla di Islam e nuovi media, il pensiero corre, quasi automaticamente, ai siti utilizzati dai gruppi terroristici per fare propaganda e proselitismo, scambiare messaggi cifrati, organizzare attentati, e così via. Del resto, durante un convegno a Rihad il mese scorso, un ricercatore saudita ha detto che i portali legati al terrorismo islamico sono ben 5.600, e crescono al ritmo di 900 all'anno. Molti di questi «siti dell'odio», come li definisce Antonio Roversi, sociologo della comunicazione e autore di una ricerca sul tema, fanno parte della rete Al Sahab, che agisce come una sorta di agenzia di stampa per Al Qaeda, pubblicando comunicati, video e proclami che vengono rilanciati dai media di tutto il mondo.

Nelle scorse settimane Al Sahab ha annunciato che Al Zawahiri, numero due di Al Qaeda, avrebbe risposto a qualsiasi domanda, purché «seria», gli fosse pervenuta via Internet entro il 16 gennaio prossimo. Dopodiché ha reso noto — a ulteriore conferma della sua capacità di sfruttare al meglio i canali delle nuove tecnologie — che i suoi video diverranno presto fruibili tramite cellulare, risolvendo così il problema della scarsa diffusione di computer dotati di connessioni Internet nel Vicino e Medio Oriente.

Tuttavia, concentrando l'attenzione sul terrorismo, si rischia di trascurare le altre influenze — ben più diffuse, profonde e significative — che la Rete sta esercitando sulla cultura e sulla società islamiche. Un'inchiesta del Nouvel Observateur , per esempio, ha rivelato che, per molti giovani immigrati di seconda e terza generazione, Internet è ormai la prima, se non l'unica, fonte di informazioni sulle regole da seguire per essere un buon musulmano. Diffidenti nei confronti di nonni e genitori, troppo laici e occidentalizzati, e desiderosi di riscoprire le proprie radici, i giovani si affidano all'insegnamento dei cyber-imam (spesso improvvisati), e confrontano le proprie esperienze nei forum online (fra i più frequentati Mejliss.com, Fatwas Online, Islam Autrement).

Dall'uso del velo alla sessualità, dalle regole alimentari al ruolo delle donne, dai rapporti con le altre religioni ai conflitti politici e intergenerazionali: tutto è oggetto di vivaci scambi di opinione. Con un effetto paradossale: in assenza di un monopolio sull'ortodossia paragonabile a quello che le Chiese cristiane esercitano in Occidente, i giovani finiscono per darsi al bricolage religioso, inventando delle «fedi personali». Un paradosso che emerge anche nell'inchiesta condotta da due giornaliste olandesi (se ne è da poco parlato sulle pagine culturali del Corriere della Sera) sulle «Sorelle», una rete di giovani «guerriere di Allah» che, pur simpatizzando per l'integralismo, ne rileggono i principi in un'inedita chiave «femminista», interpretando la militanza come via per emanciparsi dal controllo di padri e mariti.

Ancora più paradossale appare l'impatto che le nuove tecnologie di comunicazione esercitano sulla cultura dei giovani che vivono nei Paesi islamici. Qui una nuova generazione di predicatori «modernisti», come il ventinovenne egiziano Mo-ez Masoud, sta infatti provocando una rivoluzione culturale fra i coetanei colti, studenti universitari, neolaureati e membri delle nuove professioni.

Durante i suoi talk show, distribuiti da una Tv satellitare e seguiti da milioni di giovani spettatori dalla Siria al Marocco, Masoud appare senza barba e vestito all'occidentale e invita alla pacifica convivenza fra confessioni religiose, alla tolleranza nei confronti degli omosessuali, a una visione più aperta dei rapporti fra i sessi e a regole meno rigide di vita quotidiana. Dalle sue trasmissioni vengono poi estratti dei video che circolano su YouTube, raggiungendo un pubblico ancora più vasto, mentre le sue idee (assieme a quelle di altri predicatori sulle stesse posizioni, come Amr Khaled) vengono discusse nelle comunità dei social network come Facebook (dove Masoud ha aperto una pagina personale.

Si può dunque ipotizzare che Internet contribuisca, a un tempo, a radicalizzare le posizioni dei giovani musulmani emigrati in Europa e ad addolcire quelle dei loro coetanei rimasti nei Paesi d'origine? In apparenza le cose vanno così, in realtà sono più complesse: la tendenza comune sembra piuttosto quella a una personalizzazione della fede, e alla contaminazione fra tradizione autentica delle comunità di origine e tradizione «inventata» delle «comunità diasporiche», come le chiama l'antropologo Arjun Appadurai, alludendo alla condizione degli immigrati di terza generazione, i quali, rifiutando di farsi assimilare dalla cultura ospite, ricostruiscono una versione «immaginaria» delle proprie radici. Quanto ai siti islamici in lingua italiana (fra i più noti, Islam Online e Arab.it), sembrano ispirati a modelli un po' più conformisti di quelli sin qui citati, anche se non è detto che rispecchino il punto di vista dei giovani musulmani che vivono in Italia, i quali possono a loro volta accedere a migliaia di siti in lingua araba, o in altre lingue europee.

Fonte: Il Corriere della Sera 14/01/2008

 

 

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