Google non può e non vuole censurare le informazioni che appaiono sul suo motore di ricerca. La liceità del contenuto di ogni documento deve essere stabilita dalle autorità governative preposte e dai tribunali ma non anche da Google.
E' questo in sostanza il messaggio rilasciato da Meir Brand, responsabile di Google Israele.
Brand ha rilasciato queste dichiarazioni essendo stato interpellato nel corso della conferenza tenuta in Herzliya dalla Lega Anti Diffamazione intitolata “La posizione del web sull'odio in internet” la quale ha incluso una speciale sessione sul rifiuto di Google di censurare risultati diffamatori mostrati dal suo motore di ricerca.
Brand ha poi specificato di essere un fermo sostenitore dei valori espressi dalla LAD (Lega Anti Diffamazione) ma di credere anche che il razzismo e l'antisemitismo devono essere contrastati attraverso una discussione aperta e non mediante la censura.
La LAD ha denunciato che i governi di tutto il mondo sono molto più preoccupati ed impegnati nella lotta contro la pornografia (sempre più disponibile online) piuttosto che nella lotta contro il razzismo e l'antisemitismo e, mediante le parole di un suo dirigente Christopher Wolf, ha portato l'esempio del sito jewwatch.com che presentandosi pacificamente come una libreria online sul mondo ebreo in realtà manifesterebbe nei suoi contenuti l'odio verso gli ebrei, tanto che sul web molti liberi cittadini, offesi da questi contenuti, hanno cercato di firmare una petizione collettiva per chiedere a Google la rimozione del sito dal suo indice.
La risposta di Google è stata tuttavia chiara. Brand ha concluso affermando che: “Internet non può vergognarsi perché esiste il razzismo. Google guarda al mondo reale, nella sua complessità e globalità incluse alcune immagini ed espressioni sicuramente tristi e negative come il razzismo.”
Del resto il tema dell'antisemitismo tocca da vicino il signor Brand il quale è anch'egli ebreo e proviene da una famiglia sopravvissuta all'olocausto nazista. Tuttavia la rimozione dei contenuti da Google non è, secondo Brand, la soluzione che si deve applicare a questi problemi.
Autore: Stefano Mc Vey
Data di pubblicazione di questo articolo: 12 dicembre 2007
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